Il Giallo: Inghiottito dal mare

UN TELEFONO, un computer, pochi abiti e qualche carta di credito: è tutto quel che resta di Vincenzo Baiano, il 31enne nostromo inghiottito dal mare mentre era intento a movimentare un carroponte a bordo della Msc Tamara, un cargo battente bandiera panamense su cui lavorava da diversi anni. Pochi effetti personali fatti recapitare nei giorni scorsi alla famiglia, ma che non bastano di certo a lenire il dolore di una mamma 70enne.

Una donna che non vuole rassegnarsi all’idea di non poter nemmeno piangere sul corpo del figlio, vittima di un incidente sul lavoro i cui contorni sono ancora avvolti nel mistero. Ed è per questo che la famiglia, proprio in concomitanza con il recupero degli effetti personali di Vincenzo, è ritornata a far sentire con forza la propria voce.

“E’ passato più di un mese dalla scomparsa di Vincenzo – dice Giuseppe Marra, cognato dello sfortunato nostromo della Msc – ma sulla dinamica dell’incidente non sappiamo nulla. La Msc ha latitato per settimane, pur sapendo che Vincenzo ha una madre 70enne e che da tempo aveva perso il papà. Nessun chiarimento sull’accaduto, nessun supporto psicologico. Per i familiari – aggiunge – soltanto una telefonata nei minuti successivi all’incidente e un incontro che si è tenuto, peraltro un mese dopo il tragico evento, nella sede sorrentina della Msc”.

 

Top secret – al momento – è il contenuto della relazione degli ispettori e dei tecnici della compagnia navale sorrentina, rientrati in Italia nelle scorse settimane dopo il sopralluogo in Turchia, così come quella della compagnia assicuratrice e dell’autorità panamense a cui è affidata la giurisdizione del caso.

La dinamica è ancora tutta da chiarire: guasto tecnico, errore umano, difetto di fabbricazione o manomissione dell’impianto? Un quadro che resta da definire, nei contorni e nelle responsabilità, e che potrebbe riservare molte sorprese. Bisognerà accertare inoltre se sono stati rispettati i parametri di sicurezza e se sono stati ignorati eventuali ordini di servizio.

Resta fitto il mistero sul perché il nostromo di origine napoletana e residente a Marano si trovasse agganciato a quel macchinario, fuoriuscito improvvisamente dal binario di scorrimento e precipitato in mare, in acque internazionali, a largo delle coste spagnole.

Vincenzo non era uno sprovveduto né tantomeno un marinaio alle prime armi: da 11 anni lavorava per la compagnia navale sorrentina e si era guadagnato i gradi di nostromo dopo decine e decine di viaggi. Viaggi che lo tenevano lontano dalla famiglia, la madre 70enne e una sorella poco più giovane di lui, anche per sette-otto mesi l’anno. “Il ragazzo, stando a quanto dichiarato da un testimone oculare, un suo sottoposto di origine malese – spiega il capitano Aniello Russo, responsabile gestione crisi Msc – sarebbe salito sul carroponte anziché agire dalla passerella su cui si è soliti lavorare in quei casi. Non sappiamo però il motivo per cui Vincenzo sia salito lassù.

Quel che è certo – aggiunge – è che i soccorsi sono stati allertati immediatamente e che si è fatto tutto quanto era nelle nostre possibilità”. Una versione che non convince i familiari del nostromo, che hanno nominato un proprio legale oltre ad essersi rivolti al sindacato internazionale dei marittimi.

Dai legali è partita inoltre l’istanza per ottenere la corrispondenza (mail e foto) tra il comandante del cargo, un capitano di origine croata, e i rappresentanti italiani della Msc. Si tratta di comunicazioni immediatamente successive al tragico incidente, nonché di relazioni tecniche effettuate subito dopo gli attracchi a Sines e Istanbul, che potrebbe risultare importanti ai fini di ulteriori indagini. Come dire: la parola fine sulla vicenda non è stata ancora scritta.

Ferdinando Bocchetti

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