Con la vita difese la figlia

Teresa Buonocore, uccisa nel 2010, per aver fatto condannare un pedofilo. Enrico Perillo consumò la sua vendetta contro la madre-coraggio. In 60 pagine l’atto d’accusa della condanna all’ergastolo. Il condannato abusò di una delle bimbe della vittima perché amica delle sue figlie. Approfittava della loro presenza a casa.

Secondo i giudici la decisione di assassinare Teresa Buonocore fu gesto “turpe, spregevole e vile secondo il comune sentire della coscienza collettiva”. Teresa, mamma coraggio di Portici, aveva testimoniato contro Enrico Perillo per gli abusi su una delle figlie. Per questo motivo venne uccisa, e per lo stesso motivo ora Perillo è stato condannato all’ergastolo. È stata depositata la sentenza dei giudici delle Terza sezione della Corte di assise di Napoli. Nel dispositivo si legge: “È nobile che la madre di una giovane vittima di un sì grave reato ne denunci l’autore e, costituendosi parte civile, agisca per garantire alla vittima quantomeno un risarcimento monetario”. Per i giudici, Perillo ha dato vita a “una escalation criminale” che non sembra essersi interrotta neanche con il più grave dei reati a lui contestati, vale a dire proprio l’omicidio. Omicidio che avvenne il 19 settembre 2010. Le figlie di Teresa Buonocore, amiche di quelle di Perillo, frequentavano la casa dell’uomo, a Portici, nel Vesuviano. Proprio nell’abitazione, mentre la moglie era assente per lavoro, Perillo, che un lavoro non l’ha mai avuto, abusò di una delle bambine. Fu un vicino di casa ad accorgersi di quanto avveniva e a rivolgersi alla polizia: solo allora Teresa Buonocore venne a sapere e non esitò a costituirsi parte civile nel processo per gli abusi sessuali al termine del quale Perillo fu condannato a 15 anni di reclusione. Il presidente della Corte di Assise Carlo Spagna (giudice a latere era Nicola Russo) in 62 pagine ricostruisce innanzitutto gli incendi fatti appiccare dall’uomo alle porte della casa di un suo vicino, che lo aveva denunciato per abusi edilizi, e dello studio dell’avvocato Maurizio Capozzo, “colpevole” – a suo modo di vedere – di assistere il comandante della polizia municipale di Portici, intervenuto per bloccare gli abusi edilizi e a sua volta denunciato da Perillo. Quindi si sofferma sulla passione per le armi nutrita da Perillo, condannato per il possesso di pistole, fucili, esplosivi e migliaia di munizioni, che fabbricava egli stesso in casa e vendeva poi a non meglio identificati esponenti della criminalità organizzata di Torre Annunziata. Infine affronta gli abusi sessuali compiuti dall’imputato su due bambine, una delle quali è figlia di Teresa Buonocore: Perillo le mostrò una pistola dicendole che l’avrebbe usata contro sua madre se le avesse rivelato le violenze cui la sottoponeva, mentre tentò di convincere l’altra bambina a ritrattare le accuse offrendole ricariche telefoniche da 50 euro e un paio di scarpe Nike. L’omicidio, si legge ancora nelle motivazioni della sentenza, fu commissionato da Perillo, che era in carcere per gli abusi sessuali, ad Alberto Amendola tramite una lettera criptata. “Fai fare i lavori alla casa in Calabria, trova il muratore adatto, la pala non ti manca; ci stanno 15.000 euro”. Il “muratore adatto” fu individuato da Amendola in Giuseppe Avolio. Condannati per omicidio a 21 anni Amendola e a 18 anni Avolio, al termine del processo con rito abbreviato.

Pier Paolo Milanese

 

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