Bagnoli: il sacco. Mani sulla città/3

“Bagnoli? Una vera catastrofe. La cultura di Napoli è affetta da horror vacui, non può immaginare che si realizzi qualcosa che non sia asfalto e cemento. Quando leggo che esimi economisti scrivono che la città non può consentirsi un parco da 120 ettari (quanto Villa Borghese a Roma) nell’ex area industriale capisco bene perché la riqualificazione del sito sia ancora in alto mare”. La voce di Vezio De Lucia, 72 anni, napoletano, urbanista di fama già direttore generale dell’Urbanistica presso il ministero dei Lavori pubblici e membro del Consiglio superiore, è stato assessore all’Urbanistica di Antonio Bassolino ai tempi della “rinascita” di Napoli.

Vanta oltre alla non conferma con Bassolino anche un altro licenziamento: quando lavorava a Porta Pia fu silurato dal ministro Dc Giovanni Prandini, poi travolto da Tangentopoli. Consigliere nazionale di Italia Nostra, ha firmato molti piani e vinto il premio Cederna 2006 per l’urbanistica. Vezio De Lucia – a sentirlo parlare – non condivide nulla delle scelte dell’Amministrazione de Magistris anzi vede una pericolosa involuzione.

“Siete stati alla Porta del Parco di Bagnoli? Ti aspetti verde, alberi, invece trovi cemento, asfalto, vetri, attrezzature. Vogliamo parlare delle tre fermate della Cumana inizialmente progettate a Bagnoli? Si prevedeva che il treno da Dazio si sarebbe incuneato nell’ex area industriale. Sparito, cancellato”.

Le stoccate non sono finite: “Ho sempre nutrito serie perplessità sull’accordo di programma, che vide il consenso di tutti i partiti, in base al quale si è consentito ai capannoni di Città della Scienza di restare sulla costa fino al completo ammortamento degli investimenti, per una settantina d’anni. Ridiscutere quell’accordo, oggi, per accelerare il recupero della costa non è più un tabù”.

E in generale Vezio De Lucia è convinto che : “L’urbanistica è molto diversa dalla finanza: il condono fiscale può avere esiti molto pesanti per l’economia e la morale collettiva, ma trascorsi dieci anni è possibile dimenticarlo, praticando una politica opposta, in grado di veicolare principi diversi.

Il condono edilizio, invece, lascia un segno irreversibile: le sue ricadute sul territorio non possono più essere rimosse, se non a costi spropositati e impraticabili. Questo rende drammatico il panorama in cui siamo calati. La dilapidazione delle risorse territoriali prosegue. E all’orizzonte non vedo speranze di cambiamento”.

 

 

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