UN PRETE CHE PREGA e fa da avvocato di fronte al padreterno a un boss della camorra. Il mammasantissima si chiama Nicola Panaro, esponente di spicco della cosca dei Casalesi e latitante – al momento dei fatti – da oltre sette anni. Il suo angelo custode è Don Carmine Schiavone,

suo padre fu ucciso in un agguato di camorra undici anni prima. Il fratello Vincenzo all’indomani delle polemiche sul ritrovamento delle lettere di Don Carmine in un covo viene arrestato per estorsione.

Il quadro è deprimente. Le missive del giovane prete trasudano vicinanza, conforto e attenzione al padrino. Certo, è vero un sacerdote deve pur recuperare le pecorelle smarrite, riportarle sulla retta via. Non c’è dubbio. Ma quel padrino è uccel di bosco da anni, verrà arrestato nel 2010 dopo una lunga latitanza passata in giro per il mondo.

Don Carmine Schiavone, all’epoca è viceparroco di una chiesa del casertano. Non fa mai mancare parole d’incoraggiamento e struggimento per il capo dei Casalesi. Il mammasantissima trascorre la latitanza assistito da un cerchio magico di familiari, parenti, amici e picciotti.

C’era che gli forniva le carte d’identità false, chi si interessava della sua automobile, chi gli bonificava i luoghi dalla presenza di microspie, chi si intestava schede Sky, dei cellulari, chi creava nickname fasulli e prestanome, chi gli comprava via web biancheria intima maschile e femminile tipo stivaletti, occhiali e perizoma, chi gli portava i pizzini a destinazione, chi gli procurava i biglietti per il gran premio di moto di San Marino oppure organizzava un viaggio a Montecarlo.

Insomma Nicola Panaro faceva quello che voleva perché Nicola Panaro il suo mestiere lo sapeva fare bene: il boss di camorra. Non solo cose materiali. Pensava molto allo spirito, alla sua anima, alla sua religiosità. Aveva il suo consigliere spirituale che con delicatezza lo sosteneva e gli stava accanto.

A svelare i segreti del boss è stata l’ordinanza di custodia cautelare firmata dal Gip Oriente Capozzi a carico di 14 persone tra cui la moglie di Panaro, Maria Consiglia Diana, il cognato, il fratello, un nipote. Le indagini sono state condotte dal pool della Dda composto da Antonello Ardituro, Giovanni Conzo, Catello Maresca, Cesare Sirignano. Le manette ai polsi le hanno strette i carabinieri di Casal di Principe e del Comando provinciale di Caserta.

Dalle carte emergono particolari di quella delicata corrispondenza intrattenuta dal parroco. “Ti auguro tutto il bene che un prete può augurare a un uomo” è una delle frasi scritte da don Schiavone – all’epoca vice parroco della chiesa Annunziata di Villa Literno. Nella missiva il sacerdote racconta al boss di scrivere davanti al crocifisso e di essere felicemente la guida spirituale di suo figlio.

Il vice parroco non era solo una guida spirituale ma un fiancheggiatore del padrino – secondo i magistrati anticamorra – durante la sua lunga latitanza interrotta con l’arresto tre anni fa. Ora don Carmine è indagato a piede libero e la Diocesi di Aversa in un comunicato motiva così la sospensione: “In attesa di un chiaro giudizio delle autorità competenti sull’imputazione, al Sacerdote Don Carmine Schiavone è stato chiesto di osservare un periodo di prudente ritiro dalle ordinarie attività pubbliche del suo ministero”.

Dal canto suo don Carmine di fronte alla burrasca giudiziaria sussurra poche parole: “Sono addolorato. Mi è caduto il mondo addosso. Per me non c’è differenza tra gli uomini. Aiuto tutti. Porto in silenzio questa Croce. É una prova che il Signore vuole che affronti”. É una brutta storia. Una pessima storia. E il pensiero corre a Don Peppino Diana ammazzato dai Casalesi perché con pratiche concrete era contro la camorra in Terra di Lavoro e difendeva il Vangelo.

Scuoteva le coscienze anche degli stessi parroci e delle alte e miopi sfere della gerarchia ecclesiastica. Scrisse e diffuse il documento-manifesto “Per amore del mio popolo non tacerò” in tutte le chiese di Casal di Principe e della zona aversana, in cui e senza fraintendimenti c’era la condanna al sistema dei clan e dei camorristi. Era l’inizio degli anni Novanta, quando davvero in pochi combattevano i clan e il sistema di potere della camorra.

La rabbia è tanta per chi non dimentica l’esempio di Don Peppino Diana ma anche di Don Pino Puglisi che schierandosi contro le mafie firmarono il loro testamento. Don Peppino e Don Pino non scrivevano lettere ai latitanti, le loro chiese erano aperte a tutti pronte ad accogliere tutti ma a viso aperto e stando senza ombre dalla parte giusta: solo e sempre contro le mafie.

Arnaldo Capezzuto
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Leggi gli altri articoli del N. 14 di Ottobre/Novembre 2013 – II ANNO

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