Un ‘Padre Stato’ assente, una ‘Madre Camorra’ che sconfitta rinasce dalle sue ceneri

La camorra è un fenomeno complesso. Capire cosa sia a conti fatti, ci consente di aver meno paura di qualcosa che non conosciamo ma anche di poterla contrastare con culture e provvedimenti nuovi.


La camorra è un fenomeno complesso. Capire cosa sia a conti fatti, ci consente di aver meno paura di qualcosa che non conosciamo ma anche di poterla contrastare con culture e provvedimenti nuovi.

Quella che conosciamo, quella di cui siamo abituati ormai, è la camorra degli appalti, la camorra dell’onore che poi è disonore, la camorra del controllo carismatico ottenuto da grandi boss capaci di creare reti fortissime con la pubblica amministrazione e con tutti gli apparati governativi.

Sangue versato, inchieste, letteratura e cronistoria degli eventi hanno delineato, nel susseguirsi dei decenni passati, l’idea che si trattasse di gruppi organizzati che avevano come punto di riferimento la politica e tutto ciò che essa poteva dare in termini di ricchezza, potere e gestione della vita in tutta la Campania.

Un giorno si scoprì che lo Stato, la sua parte più oscura e deviata, chiese aiuto al padrino Raffaele Cutolo per salvare Ciro Cirillo sequestrato, potente assessore regionale e dominus della Dc campana dalle brigate rosse che lo rapirono per ‘processarlo’. Sì, un vero e proprio inchino al boss, apparati dello Stato si tolsero il cappello ossequiosi e dissero “Don Raffaè, per favore, ce la date una mano per liberarlo?”.

Don Raffaè, accettò di farsi baciare la mano dallo Stato in cambio di qualche favore. Favori non rispettati perché la camorra aveva un codice d’onore in molti casi più serio di quello dello Stato.

Un episodio troppo spesso dimenticato, un semplice esempio del potere della camorra nella gestione e nel controllo della politica, un potere immenso, indescrivibile. Un esempio, solo un esempio, per chiarire di cosa stiamo parlando.

Poi la camorra acquisì negli anni mille volti, il livello da raggiungere era il politico attraverso la corruzione, finché non si accorse che era più ‘pratico’ non tanto trovare il politico da comprare, ma quanto il sedersi direttamente tra i banchi della politica; il camorrista iniziò a laurearsi, a gestire i voti e farsi eleggere, l’opera d’arte fu compiuta: da un legame camorra e politica si arrivò alla politica della camorra. Dai piani alti era molto più facile gestire tutto.

Molti di quei ‘capi’ sono o morti o arrestati ma questo metodo di simbiosi funziona ancora, dai comuni delle piccole città al parlamento nazionale.

La repressione, sia chiaro, nonostante infiniti sforzi, c’è stata e sono stati smantellati tutti i più grandi gruppi camorristici, migliaia e migliaia di arresti che hanno sbriciolato il potere dei vecchi boss, cancellando, con sempre più vigore, l’idea della camorra così come intesa fino ad ora.

E poi, poi che è successo? Una frazione di secondo, il tempo di un respiro. Quanto dura un respiro? Tre, quattro secondi? È stato quello il tempo del passaggio tra il vecchio e il nuovo stile della criminalità organizzata.

I camorristi, i vecchi boss, i loro codici d’onore, svanivano sempre di più sotto il peso di una presa di coscienza degli apparati di controllo, ma in quel vuoto, in quel momento di passaggio, in quel breve tempo del respiro, non siamo stati capaci di imporre una cultura ‘etica’ differente, un’alternativa valida di riscatto per tutti quei ragazzi dei quartieri orfani di un ‘Padre Stato’ morto di indifferenza e di una ‘Madre Camorra’ morta dalla repressione e dai sacrifici di forze dell’ordine e magistratura ma sempre pronta a rinascere dalle proprie ceneri.

“Che facimm guagliù? Mamma Camorra e papà Stato non ci sono, so muort, è il caso di rimboccarci le maniche e scendere in campo. In che modo? Siamo troppo guagliun, siamo bambini, è difficile ora come ora entrare nella gestione politica, là ce stann ancora i camorristi ‘vecchio stampo’, e allora? Allora scendiamo in strada, nessuno ci dice niente, minacciamo, senza codici, senza più regole, facciamo estorsione nei negozi, nelle pizzerie, nei bar, facciamo dei gruppi, le moto ce le abbiamo, vendiamo la droga, è molto più semplice di quanto si creda, giro di telefonate, conoscenze…”.

Decine di ragazzi che una volta giocavano a pallone tutti insieme, iniziano a dividersi in gruppi, e iniziano prima a minacciarsi “Questa zona è nostra” poi iniziano a uccidersi “Dobbiamo farli cacare sotto dalla paura”.

La paura. La paura del domani è sempre il motore inconscio di tutto. Oggi sappiamo che in questi contesti la paura è un alimento con cui si cibano tanti ragazzi. Aveva paura anche Emanuele Sibillo, ucciso a 19 anni dal clan rivale, voleva fare il boss, un ragazzo intelligente, un ragazzo scaltro e talentuoso, fu tra i primi ragazzi a intuire “Non esistono più i grandi boss, i soldi, quelli veri, li posso fare anch’io organizzandomi e chiamando a raccolta tutti i fratelli miei”.

I fratelli. “O sang mì”. Una moltitudine di orfani dell’incuria statale. Ragazzi che guardano i reality, che amano vestirsi bene, che identificano la malavita in un eroe salvifico capace di dare loro una posizione di rilievo, ragazzi che il casco non se lo mettono punto e basta, che “ma prufessò che ce jamm a fa a scuola?”, che vanno a ballare a Pozzuoli, che guardano la serie “Gomorra”, che si fanno la cresta, che si fanno crescere la barba perché possono sentirsi più uomini, che vivono in famiglie piene zeppe di ignoranza, degrado, miseria.

Potrà sembrare un paradosso ma Sibillo forse era per certi versi anche vittima, oltre che carnefice. Non c’è il tentativo di giustificarlo, non c’è la volontà di assecondarne la mitizzazione già in stato avanzato prodotta dai ragazzi delle stese di Napoli, ma forse è stato vittima della distrazione dei modelli educativi, di quell’incapacità di intuire che la camorra non è un fenomeno circoscritto ma è una mentalità fluida, è come acqua sporca che sgorga nei vicoli della città e si adatta a tutti i sampietrini, a tutti i cunicoli, a tutte le fogne delle opportunità illecite.

Abbiamo avuto la presunzione di credere che la camorra stesse finendo, per la convinzione di avere inquadrato il fenomeno dandogli un profilo definito. Non è stato così, il mutamento è avvenuto lentamente ma è avvenuto. La camorra ha cambiato forma mille volte, per mille volte è stata uccisa e per mille volte è rinata dalle ceneri.

Il sociologo Amato Lamberti studiò la complessità e il salto di qualità dei clan

Questi ragazzi, nel più totale vuoto culturale, nella più totale assenza di cultura, non hanno mai sentito la presenza di un padre Stato, hanno dovuto adattarsi in tempi rapidissimi. Ci sono riusciti.

Ecco chi sono i ragazzi delle stese, capaci di avere fascino, di piacere alle ragazze che vivono nelle loro stesse realtà, ecco chi sono i giovani che sui social manifestano la loro voglia di malavita, senza nascondersi, nella totale incoscienza, senza timore di giudizio ma che, anzi, in quel giudizio vedono il rispetto da parte della collettività, desiderosi quali sono, di mostrare un’identità, l’unica apparentemente possibile.

In questa epoca di transizione dobbiamo fare di più, adottare modelli nuovi, creare agenzie culturali di controllo, dobbiamo ascoltare e lo Stato, ora più che mai, deve farsi sentire lì, in quei vicoli. Farsi sentire sia con il sostegno sia con il pugno di ferro, attraverso la carezza delle opportunità e lo schiaffo della certezza della pena capace di scardinare la loro convinta prepotenza.

Questi sono ragazzi senza aiuti, inascoltati, incapaci anche spesso di parlare, senza punti di riferimento che sanno di poter creare il loro status sociale solo nel branco, che tentano di acquisire il rispetto modellando il loro linguaggio così come dettato dalla mitologia mafiosa, che tentando di sentirsi accettati dagli altri mostrando la violenza, nella speranza così, di accettare se stessi e poter dire, finalmente, “in questo schifo di vita, io sono qualcuno”.

Amedeo Zeni

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