Anna e Giuseppe Paciolla: “Abbiamo diritto di sapere la verità”

Firmava i suoi articoli ‘Astolfo Bergman’, per mantenere la riservatezza imposta dal ruolo delicato che svolgeva e per tutelare la propria incolumità. Era anche un poeta, ma soprattutto un attivista, impegnato come osservatore dell’Onu per il rispetto degli accordi di pace in Colombia. Sono solo alcune delle tante sfaccettature della personalita’ di Mario Paciolla, il ragazzo napoletano ucciso il 15 luglio 2020 nella sua casa di San Vicente del Cagua’n.

A otto mesi di distanza, tutti gli interrogativi restano ancora inevasi e la pista del suicidio non convince neanche la procura di Roma, che ha aperto un’inchiesta per omicidio.

Nel giorno in cui Mario avrebbe compiuto 34 anni, il Festival internazionale del giornalismo civile, ‘Imbavagliati’, raccoglie le voci e gli appelli dei genitori del ragazzo, dei legali e del gruppo #giustiziaperMarioPaciolla per promuovere un incontro online, con l’obiettivo di tenere i riflettori accesi sulla vicenda e non lasciare sola la famiglia.

Un’iniziativa che vede insieme anche la Federazione nazionale della stampa italiana, il Sindacato unitario giornalisti della Campania e Articolo21. Un modo per unire le forze, perchè come sottolinea uno dei legali, Manuela Motta, “non sono affari della famiglia e degli amici, ma riguardano tutti noi. Mario si batteva proprio per questa idea”.

Molti degli interventi, coordinati dall’ideatrice e direttrice di Imbavagliati, De’sire’e Klain, si soffermano sull’impegno civile e professionale di Paciolla. Sua madre Anna, invece, preferisce raccontare il lato piu’ umano di Mario.

“Un giorno avevamo a casa l’idraulico – dice – lo invitammo a restare a pranzo con noi, ma lui rifiutò per discrezione, spiegando che avrebbe preferito mangiare il suo panino. Mario, che aveva 5 anni, andò in cucina dalla nonna si fece preparare un panino e ando’ fuori a mangiarlo con lui. E’ un episodio che descrive bene Mario, un ragazzo che perseverava nei suoi obiettivi, che lavorava per raggiungerli in tutte le maniere, si dava sempre tanto da fare”.

Giuseppe e Anna Paciolla, i genitori di Mario

Un atteggiamento che, negli anni, lo ha portato a lottare per la giustizia e la verità. “Mario non e’ l’ennesimo emigrato che era nel posto sbagliato al momento sbagliato – sottolineano Simone Campora e Daniele Grano, che hanno creato il gruppo #giustiziaperMarioPaciolla – anzi era al posto giusto nel momento giusto per contribuire a risolvere una problematica delicatissima. Combattendo insieme questa battaglia di giustizia possiamo vincere una sfida di legalità, che oggi è attualissima”.

Lo ribadisce anche l’altro legale, Alessandra Ballerini (che assiste anche la famiglia Regeni).

“Tutti noi abbiamo diritto di sapere cosa è successo – evidenzia – l’Onu ha istituito la Giornata per il diritto alla verità, quella verità che cerchiamo anche da parte delle stesse Nazioni unite. L’Onu dice che e’ un diritto inalienabile, parla di verità piena e di fare luce sulle circostanze specifiche in cui si sono verificate le violazioni. Noi vogliamo tutto questo, perchè è un diritto di ciascuno di noi pretendere che non accadano più cose del genere nell’impunità”.

Alla richiesta di verità e giustizia, rimarcata da Klain, si unisce anche il presidente della Fnsi, Giuseppe Giulietti: “E’ una lotta contro l’oblio, la menzogna e il depistaggio – argomenta – una lotta già conosciuta con Giulio Regeni, Andy Rocchelli, Ilaria Alpi, Miran Hrovatin, Valeria Solesin e tanti altri. Questi casi hanno un legame, perchè si tratta di giovani curiosi, che non sopportavano i muri e costruivano ponti per unire le diversita’. Non sono stati uccisi per sbaglio, stavano facendo il proprio lavoro come operatori di pace, ricercatori, giornalisti”.

Giulietti rilancia il concetto di ‘scorta mediatica’, nel tentativo di “non lasciare nessuno da solo, ricostruire testo e contesto di un assassinio e dare voce alle iniziative in campo”.

Il segretario del Sugc, Claudio Silvestri, fa notare che in Campania “ci sono tanti Mario Paciolla, giovani che hanno voglia di raccontare e che vivono in piccoli comuni, dove spesso la camorra controlla qualsiasi ambito della vita pubblica. Questi ragazzi – aggiunge – cercano di denunciare il malaffare attraverso i canali che hanno a disposizione e rischiano la vita solo per la passione che hanno per il loro lavoro. Come sindacato abbiamo il dovere di tutelarli e sostenerli”.

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