L’anniversario. Sono 40 anni dall’omicidio di Giuseppe Salvia, i figli: “Nostro padre non perse mai la fiducia in quegli ideali di giustizia e fedeltà”

“Vorrei dedicare la giornata di oggi al ricordo di tutti i servitori dello Stato che hanno scritto la storia di questo Paese e che quotidianamente lavorano in tal senso; mio padre, pur sentendosi solo e con pochi strumenti a disposizione, non perse mai la fiducia in quegli ideali di giustizia e fedeltà ma soprattutto non dimenticò mai la propria funzione, cioè quella di garante di una corretta ed imparziale esecuzione della pena, nei confronti di tutti i detenuti e seppe interpretare fino alla fine il suo ruolo istituzionale, senza condizionamenti”.

Così oggi Antonino Salvia, figlio di Giuseppe, il vicedirettore del carcere di Poggioreale, ucciso da un commando della Nco di Raffaele Cutolo il 14 aprile 1981 sulla Tangenziale di Napoli.

Il boss che stava costruendo il suo potere proprio a partire dall’interno del carcere napoletano, non poteva permettere che Salvia, che cercava di far rispettare il regolamento, lo ostacolasse nella sua pretesa di spadroneggiare all’interno del penitenziario.

A 40 anni dall’omicidio si è svolta una cerimonia nel carcere intitolato alla sua memoria. Un evento voluto dal procuratore generale della Corte di Cassazione, Giovanni Salvi, e dal capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Bernardo Petralia.

Con la moglie di Giuseppe Salvia, Giuseppina Troianiello, sono intervenuti i figli Antonino e Claudio, oltre ad autorità cittadine, rappresentanti della magistratura e delle forze dell’ordine.

Il figlio del vicedirettore ha ricordato il contesto in cui operò il padre, contrassegnato da una condizione lavorativa di straordinaria criticità in cui il confine tra lecito ed illecito appariva spesso sfumato, impercettibile.

E ha poi sottolineato: “Troppo spesso si parla di carcere solo nei momenti emergenziali del sovraffollamento, alla vigilia delle elezioni, adottando strumenti solo temporaneamente deflattivi senza affrontare, invece, in maniera programmatica la questione carcere come snodo fondamentale del circuito della giustizia e per “mettere a sistema” quel tanto agognato percorso virtuoso capace di raggiungere il più importante degli obiettivi sociali: l’abbassamento della recidiva, a vantaggio di tutti… ed è proprio in questo che credeva mio padre”.

A presiedere i lavori il direttore de Il Mattino, Federico Monga, che ha introdotto un video con le immagini d’epoca di Salvia. Monga ha intervistato Antonio Mattone, esponente della Comunità di Sant’Egidio che ha scritto il libro “La vendetta del boss. L’omicidio di Giuseppe Salvia” edito da Guida Editori.

Mattone ha descritto Salvia come un giovane funzionario integerrimo e appassionato del suo lavoro che ben presto divenne un autorevole punto di riferimento sia per gli agenti che per i colleghi, e che era dotato di una certa umanità e disponibilità anche verso i detenuti e i loro familiari. Mattone ha anche raccontato del suo incontro con Cutolo nel carcere di Parma, quando ammise di essere stato lui a decretare l’ordine omicida. Il Capo Dipartimento Petralia ha sostenuto di aver ritrovato nei figli di Salvia quello stesso sguardo di bonomia del padre.

“Il vicedirettore non ha sfidato la camorra – ha affermato – non è stata una sfida, altrimenti sarebbe stata una vibrazione di competizione. Salvia ha rappresentato con fermezza lo Stato”.

Il procuratore Salvi ha ricordato che l’amministrazione penitenziaria ha pagato un prezzo elevatissimo per le sfide alla criminalità organizzata. “Non vedo Giuseppe Salvia arrogante davanti a Cutolo – ha proseguito Salvi – bensì mite ma fermo. Lo vedo spiegare le ragioni e i regolamenti da uomo che ha un profondo senso delle responsabilità”

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