La bara bianca portata in spalla dagli amici di sempre. Commozione, rabbia e dolore questi i sentimenti che aleggiavano nella navata centrale della Basilica di Santa Maria dalla Sanità. Emanuele Tufano, appena 15 anni ucciso da un proiettile esploso alla schiena la notte tra il 23 e il 24 ottobre. Abitava di fronte al monumento eretto per ricordare Genny Cesarano, 17 anni, ammazzato la mattina del 6 settembre 2015 in piazza Sanità.
Si ritrova nel mezzo di un conflitto a fuoco tra fazioni rivali. Due colpi di pistola lo raggiunsero al petto. Vittima innocente. È una guerra. Sangue e ancora sangue. A Napoli si muore bambini. Da queste parti la parola futuro fa paura assai. È una emergenza e nessuno la vuole risolvere. Meglio far finta di nulla. È capitato.
Ci sono gli amici di Emanuele, i compagni di scuola, la gente del rione Sanità stretti nel dolore di una famiglia dilaniata, distrutta da un dolore enorme.
A celebrare i funerali nella Basilica gremita c’è don Luigi Calemme e l’arcivescovo di Napoli Don Mimmo Battaglia che, prima dell’omelia ha incontrato i genitori di Emanuele seduti al primo banco e i fratelli del 15enne. Non bastano parole, letture del Vangelo e preghiere per rincuorare da una tragedia inimmaginabile.
Ci prova il capo della Chiesa di Napoli: “Basta parole di fronte l’ennesima vittima di violenza, l’ennesimo copione che si ripete. È arrivato il momento di interrompere questa violenza, dico e prego i giovani di scegliere la vita e non seguire i cattivi esempi e dico a chi ha fatto scelte sbagliate di deporre le armi, Napoli deve cambiare”. La celebrazione religiosa si è conclusa con il lancio di palloncini bianchi e il il suono della tromba che ha accompagnato la bara accolta tra gli applausi.














































































































































































