Napoli, le parole stanche e quello Stato che non invochiamo più

Napoli è sotto shock. Ugo R. appena 15 anni armato di una replica di una pistola vera ha tentato una rapina insieme a un complice 17enne.

E’ accaduto tra sabato e domenica. È una notte buia in via Generale Orsini a pochi passi da Santa Lucia. Sulla sua strada ha trovato un giovane carabiniere fuori servizio che ha reagito. È tragedia all’ombra del Vesuvio.

Le parole sono inutili e stanche. Napoli s’interroga. Napoli è sconfitta. Napoli è in lutto.

La devastazione di un pronto soccorso, l’ospedale costretto a chiudere, interrompere un servizio pubblico e trasferire parte dei degenti in altri nosocomi cittadini.

Scatta poi la stesa contro la caserma Pastrengo sede del Comando provinciale dei carabinieri. Quattro colpi di pistola che si conficcano sulla facciata dell’edificio.

Sono scene da un fronte di guerra. Scene che non accadono in Afghanistan oppure in Siria. È la Napoli incontrollata, la Napoli devastata, la Napoli che rinuncia al suo futuro, alla sua storia fatta di grandezza, bellezza e lazzaroni. Sono corsi e ricorsi storici.

A volte si fa fatica a trovare una speranza. È scandaloso che nel 2020 la meglio gioventù partenopea si autodisintegri. Mentre passeggi in via Toledo e sbirci la Napoli del terzo millennio fai un passo di lato e sprofondi dentro una sorta di macchina del tempo che ti trascina come in un vortice in un brano di Matilde Serao.

I bassi, la voce del vicolo, in tre su di uno scooter, bambini in età scolastica in strada. C’e’ chi lavora dal fruttivendolo, chi si trascina un cartone, chi è addetto alla bancarella abusiva, chi è fermo e guarda quello che deve guardare.

C’è un’altra città di cui in pochi se ne prendono cura. Bastava poco, quel poco che neppure io da anni ho smesso di fare per evitare che Ugo morisse. Sospetto ed è più di un sospetto che occorre agire.

Napoli da sola non si rialza. La nostra emergenza, il virus da combattere è lo straniamento di intere famiglie con i loro figli che non sanno dov’ è il bene e dov’ è il male.

Famiglie marginalizzare, abbandonate agli istinti e che vivono dentro un proprio universo-territorio dove non c’è spazio e non riconoscono nulla dello Stato. Stato che anche noi quelli cosiddetti ‘perbene’ neppure invochiamo più.

Arnaldo Capezzuto

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