“So che devo morire in carcere, il primo mandante di questo omicidio sono io. Perché nutrivo rancore verso l’ingegnere Salvatore Coppola, per come si era posto nei confronti di mia moglie Silvana Fucito. Se mi sono convinto, a marzo del 2023 di uccidere l’ingegnere e di non limitarmi ad una gambizzazione è solo perché mi aveva convinto un altro interlocutore. Voglio chiedere scusa alla famiglia, non si uccide una persona così facilmente”.
A parlare è Gennaro Petrucci, 73 anni, marito di Silvana Fucito, simbolo dell’antiracket, imputato davanti alla Corte di Assise di Napoli per l’omicidio dell’ingegnere Salvatore Coppola, assassinato a Napoli, lo scorso 12 marzo, nel parcheggio di un supermercato in via Protopisani.
Il Petrucci sostiene di aver nutrito rabbia verso l’ingegnere per avere perduto la casa nella quale vive a Portici. Una villa da quattro milioni di euro di via de Lauzieres a Portici, finita all’asta per un milione e duecentomila.
“Quando Coppola si presentò a casa mia, mi disse che voleva togliersi un sassolino dalla scarpa. All’inizio non capii. Poi capii che Coppola voleva vendicarsi per le accuse messe a verbale anni prima da parte di mia moglie Silvana Fucito. Anni fa – aggiunge – Coppola era stato riconosciuto come un possibile esponente del clan Mazzarella, a quel tempo interessato a zittire mia moglie, dopo che avevano subito incendio dei nostri magazzini”.
All’imputato la Procura e la Squadra mobile contestano di essere il mandante dell’agguato durante il quale Coppola venne ucciso: un’azione violenza che sarebbe stata portata a termine dal 64enne Mario De Simone in cambio di 20mila euro.
“La sera dell’omicidio, De Simone mi disse che aveva fatto il servizio. Gli diedi 500 euro e 4 bottiglie di vino”.
Nel corso della sua deposizione Petrucci ha poi chiamato in causa anche un altro imprenditore che, a suo dire, avrebbe versato una quota per pagare Mario De Simone.
“In totale – ha precisato Petrucci – gli ho dato 7mila euro”. L’altro presunto mandante, sempre secondo quanto riferito da Petrucci, avrebbe contribuito con 10mila euro.
“Io non volevo ucciderlo, ma non mi potevo più tirare indietro”, ha ribadito rispondendo alle domande del sostituto procuratore Sergio Raimondi. Secondo l’ipotesi accusatoria il killer claudicante (viene ripreso in un video e per la sua andatura identificato in De Simone dalla Polizia di Stato) avrebbe intascato 20mila euro Secondo Petrucci, inoltre, De Simone e Coppola entrambi interisti, si conoscevano tanto da andare insieme a vedere le partite.















































































































































































