L’anniversario. Il buio della notte del 23 novembre 1980 finì con l’alba della camorra imprenditrice


Con il terremoto dell’Irpinia del 23 novembre 1980, la camorra inizio a fare i veri affari. Il miglior modo per commemorare le tante vittime di quella calamità è l’impegno nel condannare tutti coloro che su quel sangue versato, edificarono imperi sconfinati: miliardi di lire favorirono l’emersione della camorra che spinse la sua egemonia attraverso illeciti intrecci con la politica.

Fu il culmine della camorra impenditrice, così come la definì il Sociologo Amato Lamberti, un salto di qualità che il boss Raffaele Cutolo intuì; comprese in breve tempo la necessità di stringere accordi con politici influenti e, tramite ricatti, minacce ed estorsioni, entrò nel sistema dei subappalti.

Il governo italiano e regionale, che ricordiamolo, era fatto di “uomini” e non di entità etiche e morali aliene, suggellò il più grande patto storico spartendo le fette di torta con i più spietati criminali degli anni ottanta.

Il punto più basso della storia repubblicana, un punto di non ritorno di cui paghiamo, ancora oggi, prezzi altissimi. Gli uomini di Stato che non si piegarono al ricatto vennero semplicemente eliminati, senza troppe perdite di tempo, fu la sorte di Marcello Torre, sindaco di Pagani, che pagò il prezzo della sua integrità con la vita.

Amato Lamberti fu tra i primi a denunciare con analisi scientifiche i legami e gli appalti contaminati, proprio mentre i media puntavano il dito sulla camorra, Lamberti chiarì che il vero nodo era la legittimazione politica che si arrese al crimine per la spartizione dei guadagni.

“Nessun amministratore, nessun politico, nessun tecnico comunale e del Genio Civile, hanno pagato per il mancato controllo della staticità delle abitazioni e dei lavori effettuati per la costruzione di edifici pubblici. Anche in Irpinia c’era un ospedale costruito da poco, a S.Angelo dei Lombardi: una intera ala crollò seppellendo centinaia di persone, molte delle quali furono estratte cadaveri. La forza e l’imprevedibilità del terremoto finì per giustificare decenni di incuria, di mancati controlli, di abusivismo edilizio, di incapacità amministrativa”.

“I politici irpini, lucani, salernitani, napoletani che se avessero un’anima l’avrebbero lorda di sangue, hanno continuato tranquillamente a fare politica, sono tornati a Montecitorio e a Palazzo Madama, qualcuno è andato a Bruxelles e Strasburgo, hanno fatto i ministri e i sottosegretari, hanno fatto gli assessori e i consiglieri regionali, provinciali, comunali, hanno fatto i sindaci e sono ventotto anni che ogni 23 novembre commemorano le vittime della loro incuria e della loro incapacità ma addebitandole alla ‘matrigna natura che di tanto inganna i figli suoi’!”.

Così scriveva Amato Lamberti e così dobbiamo ricordarci che quel terremoto uccise uomini, uccise la politica, uccise la dignità della Campania. 2.914 morti, 8.848 feriti, 280.000 sfollati e miliardi di lire con cui politica e camorra brindarono. Dobbiamo ricordare le anime di quelle vittime, il modo migliore per farlo è risanando l’anima della trasparenza, offuscata da chi decise di ricoprire di macerie la ricostruzione delle nostre vite.

 Amedeo Zeni

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