L’allarme del Capo della Procura di Napoli: “È sempre possibile un ritorno al buio. Esiste un cartello che controlla l’area metropolitana, forte militarmente e inserito nel tessuto delle imprese”

Ecco l’intervento di Giovanni Melillo, Capo della Procura di Napoli al convegno ‘Giornalismo al servizio e mai asservito’ svoltosi, luned’ scorso, presso ‘la Casa di Don Diana’ a Casal di Principe.

“L’informazione oggi specialmente in terre di camorra è chiamata a continuare a svolgere un ruolo fondamentale perchè ci sono campi nelle quali le notizie di reato non arrivano al pubblico ministero confezionate, non arrivano sul tavolo del pm oppure nei mattinali delle questure oppure dai comandi dei carabinieri. Alcune notizie nascono da una lenta, autonoma, ricostruzione di vicende e forse costituiscono reato, forse no però contribuiscono a illuminare una zona altrimenti lasciata in ombra”.

“A me non sono mai interessate le classifiche della pericolosità delle mafie anche perchè quando si prova a fare delle classifiche di pericolosità, si lascia intendere che ci siano dei fenomeni di mafia più tollerabili di altri e meno pericolosi. Francamente è un ragionamento che non mi convince e non mi convince quando si parla di camorra. Noi abbiamo a che fare con la dimensione più moderna del crimine organizzato, una dimensione che ripudia i rituali, le gerarchie e che assume come dato identitario la ricerca per il profitto e per il profitto con chiunque ed a qualunque condizione”.

“Da questo punto di vista le organizzazioni camorristiche hanno forme di strutturazione, coordinazione gestionale, assolutamente sofisticate e raffinate talmente raffinate che non se ne parla perché prima che iniziassero a parlare alcuni collaboratori, nessuno neanche scriveva dell’esistenza di una organizzazione come quella capeggiata da Carmine Alfieri che governava un pezzo di Campania dai confini della Calabria fino al basso Lazio”.

“Pochi parlavano dei Casalesi per quello che erano, cosi come oggi poco si parla del cartello mafioso che controlla l’area metropolitana di Napoli e che diversamente dagli altri due cartelli non è stato disarticolato neanche nella sua componete militare o solo in parte ma soprattutto al pari delle altre costruzioni mafiose pernia di se grandemente il tessuto dell’impresa, il tessuto dei mercati finanziari, il tessuto del ceto delle professioni che svolgono funzioni consulenziali per le imprese mafiose e non mafiose”.

“Questo mondo è talmente abituato a non far parlare di se da rendere piuttosto amara una qualsivoglia conclusione che rinunciasse al ruolo fondamentale dell’informazione. Guardate che su questo l’esercizio di vigilanza democratica da svolgersi è un esercizio difficile perché deve rinnovarsi continuamente e deve confrontarsi perfino con l’esercizio della buona fede e con le rappresentazioni forvianti”.

“Poco dopo il mio ritorno a Napoli come procuratore della repubblica, lessi un articolo dotto di una persona che stimo che di fronte agli ultimi accadimenti violenti della città diceva che a Napoli non c’era più il crimine organizzato ma delinquenza ordinaria quindi una questione di ordine pubblico”.

“Voglio dire che qualsivoglia rappresentazione tradizionalmente riduttiva del crimine organizzato e ciò che ruota attorno ad esso del fenomeno della corruzione, la pretesa di conglomerati di impresa, presente in aree significative del Paese e di esprimere anche rappresentanze politiche istituzionali direttamente senza neanche la logica dello scambio”.

“Tutto ciò che cosa produce? Produce l’arretramento della questione criminale che poi è una parte fondamentale della questione di cui non si parla quasi più che è la questione meridionale che era ed è una questione di ceti dirigenti che corrispondeva e corrisponde a due poli: da un lato le pulsioni eversive dei ceti dirigenti che rifiutano, ripudiano il primato della legge dello Stato e dall’altro lato l’accrescersi continuo, esponenziale delle disuguaglianze sociali e delle distanze”.

“Le ricostruzioni tradizionalmente riduttive e attualmente fuorvianti relegano la questione mafie in uno spazio secondario del dibattito pubblico e la riducono a una questione che se ne devono occupare i magistrati, le forze di polizia e non invece la questione decisiva per ridare senso alla promessa di eguaglianza, di progresso, e iscritta nel patto costituzionale”.

“Questa è la ragione per la quale io continuerò a ritenere fondamentale il ruolo di una informazione anche e soprattutto dell’informazione non strutturata, non protetta da imprese editoriali, non protetta dal circuito legittimo del sistema professionale ovvero l’informazione fatta dai freelance, a cui la democrazia in queste zone di questo Paese deve molto. Il ruolo della democrazie è ridotto o in pericolo”.

“Da questo punto di vista, la vigilanza democratica deve essere sempre alta perché non è mai irreversibile il passaggio allo Stato di diritto, alla democrazia, alle leggi che garantiscono i diritti alla persone. È sempre possibile un ritorno al buio. Ecco da questo punto di vita l’informazione svolge un ruolo fondamentale e va protetto e va protetto innanzitutto dai pericoli che sovrastano non solo l’informazione ma tutti noi”.

Arnaldo Capezzuto

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