Carabiniere ucciso, il presunto assassino ammanettato e bendato. Al muro della caserma le foto di Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino che interrogano con le parole di Cassarà: “Non siamo come loro”

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A primo impatto l’immagine di Gabriel Christian Natale Hjorth, ammanettato, bendato e circondato dai carabinieri, impressiona.

Mettendo a fuoco meglio la foto, non notate nient’altro? Guardate bene, appese alle pareti della tendenza ci sono due fotografie in cornice, una ritrae il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e l’altra i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

C’è qualcosa di distorto, disarmonico, e inquietante. Mi chiedo: siamo sicuri che i vertici dell’Arma dei carabinieri faranno tutti gli accertamenti del caso? Lo Stato deve tutelare anche i diritti di un presunto assassino e del suo complice, accanitisi con 8 coltellate contro il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, 35 anni nell’esercizio del suo dovere.

Sia chiaro, l’obiettivo di questa riflessione non è quella di esprimere giudizi né di contribuire ad aggiungere un ulteriore rigurgito d’odio ai già tanti, troppi, commenti apparsi pieni di una insopportabile crudeltà sui social nelle ultime ore.

Ciò che questa analisi intende fare è mantenere vivo il ricordo, qualora ce ne fosse bisogno, di chi con un solo monito ha ricordato alla storia qual è lo spirito e il dovere che deve tenere in vita le forze dell’ordine, gli inquirenti, i magistrati di un Paese civile e libero.

Nel 1985, nel pieno della prima guerra contro la mafia, ‘Cosa nostra’, uccise il commissario della squadra mobile di Palermo, Beppe Montana (oggi sono 34 anni).

Quando con un blitz fu arrestato un certo Salvatore Marino, accusato da un testimone, di essere l’artefice dell’agguato contro Montana, si verificò un momento isterico da parte delle forze dell’ordine.

Nell’interrogare l’arrestato per ottenere informazioni sui mandanti, il fermato venne torturato impietosamente, per tutta la notte, fino a procurargli la morte. Assurdo. È accaduto.

Lo Stato non fece lo Stato. E nella storia italiana non è l’unico caso. Ciò che ci differenzia dalle bestie è la capacità di non usare gli stessi mezzi degli assassini, tutelando prima l’uomo e poi l’arrestato, difendendo prima di ogni altra cosa il senso di umanità, differenziandoci da chi ha abusato crudelmente di quello stesso senso.

Fu allora che il grande vice capo della squadra mobile di Palermo Antonio Cassarà, (ammazzato a sua volta in un agguato di mafia) tuonò contro i propri poliziotti con una espressione che racchiudeva il senso profondo delle istituzioni: “Noi non siamo come loro”.

Cassarà lo gridò con determinazione, fornendo al Paese un grande insegnamento.

Dimostrò il senso alto di essere un servitore dello Stato andando contro le campagne di odio, di rabbia e di chi strumentalizzò la vicenda per un interesse di parte.

Adoperare le stesse modalità della mafia era inconcepibile per il vice capo della squadra mobile di Palermo che riteneva necessario fare una netta differenza tra chi produce il male e chi tutela il bene.

L’odio, allora come oggi, è il sangue che pulsa nel cervello delle mafie. La cultura della prevaricazione, della dittatura mafiosa, è proprio determinata da questo senso di malvagità.

Occorre abbassare i toni, far cessare la guerriglia culturale dove la tolleranza, la pazienza, l’istruzione stanno soccombendo sotto il peso del razzismo, della cattiveria, del deperimento e desertificazione dell’anima con il riemergere pericoloso degli spettri del passato e della cultura dei totalitarismi.

Abbiamo bisogno però di convincerci che gli occhi lividi di Stefano Cucchi steso sul tavolo di marmo freddo dell’obitorio sono parte di quell’omertà e connivenza intrappolata dentro ognuno di noi.

Mario, il carabiniere ucciso, non aveva scelto di indossare la divisa per ripiego, per lo stipendio fisso ma perché credeva nello Stato di diritto, perché custodiva dentro se la vocazione di servire lo Stato nel rispetto dei diritti e delle regole.

La sua brutale uccisione è un dolore collettivo insopportabile per tutti, ma ciò non autorizza a forme di vendette. Gira ormai ovunque la foto che ritrae il presunto assassino, bendato e ammanettato durante l’interrogatorio.

Uno scatto rubato che sta scatenando gli istinti più animalestichi delle tifoserie: c’è chi si indigna e chi chiede che i fermati vengano ‘giustiziati’. È un imbarbarimento pericoloso.

La deriva di una nazione che non si ritrova più, che sta abdicando ai suoi doveri e diritti. Bene l’iniziativa del Comando generale dei carabinieri nel punire i militari che non hanno rispettato le regole.

Il vertice dell’Arma, Giovanni Nistri, ha categoricamente condannato la scena immortalata nella foto della vergogna: “Si tratta di un episodio inaccettabile e come tale deve essere trattato”.

Sono trascorse poche settimane dalla commemorazione dei magistrati Falcone e Borsellino, uccisi in due stragi, migliaia di post pieni di gratitudine con su scritto: “Il vostro sacrificio per la giustizia non sarà dimenticato”.

La loro foto incorniciata alle spalle del fermato ammanettato e bendato ci interroga tutti e sembra dirci : “Attenzione, noi siamo la legalità, noi siamo la bellezza dell’etica, noi siamo la tutela del rispetto, noi non siamo bestie violente, noi non siamo come loro”.

Amedeo Zeni

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